Riorganizzazione societaria. Trasformazione, fusione e scissione

Riorganizzazione societaria. Trasformazione, fusione e scissione

In questo post desidero trattare l’argomento della Riorganizzazione societaria. Trasformazione, fusione e scissione.

Sul punto dobbiamo dire un dato importante.

In passato, si è molto discusso se queste operazioni fossero o meno, da considerarsi traslative di patrimoni, da vecchi a nuovi soggetti giuridici.

Questo dibattito aveva, infatti, grande rilevanza. Si cercava di capire se realizzando dette operazioni, si sarebbero potute tassare le plusvalenza realizzate dai quei beni, che uscivano da un soggetto per entrare ad un altro.

Oggi questo dibattito possiamo dire sia del tutto superato. Questo perché il legislatore ha espressamente negato in ogni caso, la natura traslativa della:

  • Trasformazione (art. 170 TUIR) 
  • Fusione (art. 172 TUIR) 
  • Scissione (art. 173 TUIR).

Non a caso, gli art. 170 -172 – 173 TUIR dispongono che:

  • Esse non danno luogo né a realizzazione, né a distribuzione di plusvalenze e minusvalenze; comprese quelle relative alle rimanenze e al valore di avviamento.

Spiegazione della riorganizzazione societaria. Trasformazione, fusione e scissione

Riorganizzazione societaria e principio di neutralità e continuità

Ne consegue che, sulla base di quanto appena detto, queste operazioni sono dominate dai principi di Neutralità e Continuità.

La neutralità si riferisce all’operazione dal punto di vista fiscale.

La continuità, invece, all’esercizio dell’impresa a condizione che nei confronti dei nuovi soggetti giuridici, restino fermi i valori fiscalmente riconosciuti ai beni, anteriormente alle operazioni medesime.

Se poi, questi valori dovessero essere modificati nel bilancio civile del nuovo soggetto, bisognerà allegare alla prima dichiarazione dei redditi appositi “prospetti di riconciliazione”.

Una volta fatta questa premessa generale, è importante precisare alcuni aspetti essenziali, riguardanti le singole operazioni straordinarie.

La Trasformazione

Per quanto riguarda la trasformazione dobbiamo dire che essa può essere di due tipo, OMOGENEA o ETEROGENEA.

Trasformazione omogenea

È OMOGENEA se la trasformazione avviene, da società non soggetta ad IRES, a società soggetta a tale tributo; ovvero viceversa.

Qui sorge un problema di non poco conto. Cioè, comprendere il trattamento che bisogna riservare agli utili e alle riserve posti in essere anteriormente a detta trasformazione. Perché in quest’ultimo caso, esse sono già state tassate per trasparenza in capo ai soci; mentre nel secondo caso, gli utili sono stati invece già assoggettati al tributo IRES.

Per risolvere questo problema, noi dobbiamo dire che il legislatore ha stabilito:

  • Che nel caso di trasformazione da società di persone (non soggette ad IRES), a società di capitali (soggette a questo tributo), l’eventuale distribuzione delle riserve costituite con utili già tassati per trasparenza in capo ai soci. Non concorreranno a formare il reddito dei medesimi se, dopo detta distribuzione, essi verranno iscritti in bilancio con l’indicazione della loro origine. Es. nel bilancio si deve scrivere: riserva di utili da società ante trasformazioni già tassati per trasparenza in capo ai soci. (art. 170 comma 3 TUIR).
  • Nel caso, invece, di trasformazione da società di capitali a società di persone, le riserve costituite anteriormente alla trasformazione stessa, saranno tassati in capo ai soci solo a seguito della distribuzione se, al solito, si iscrivono nel bilancio indicando la loro origine; altrimenti esse verranno imputate per trasparenza, nel periodo d’imposta successivo alla trasformazione. (art. 170 comma 4 TUIR).

Trasformazione eterogenea

Sempre nel campo della trasformazione, riviste una certa importanza anche la trasformazione ETEROGENEA.

Perché è importante?

Perché adesso noi abbiamo una norma che ci chiarisce alcuni profili, i quali prima erano lasciati alla libera interpretazione.

Più precisamente, l’articolo 171 TUIR, stabilisce che:

  • In caso di trasformazione, effettuata ai sensi dell’articolo 2500 septies c.c. (ossia quella che avviene da una società di capitali ad un Ente non commerciale es. fondazione, consorzio, associazione non riconosciuta, società semplice, ecc.), i beni della società si considerano realizzati, non in base al valore di libro (costo di acquisto), ma al valore normale (di mercato), salvo che non siano confluiti nell’azienda o nel complesso aziendale dell’ente stesso.

Cosa significa questa disposizione appena citata?

Significa che, se l’Ente non commerciale svolge esclusivamente attività non commerciale, allora c’è totale rilevanza delle plusvalenza.

Ma se questo Ente non commerciale, in via marginale, dovesse esercitare anche un’attività commerciale che richiede un impianto di contabilità e proprio in questo impianto contabile si inseriscono dei beni, i quali, se iscritti a valore di libro non daranno luogo a plusvalenze.

Ciò trova la sua giustificazione, in quanto, questi beni medesimi, è come se non fossero mai usciti dalla sfera d’impresa. Non sono quindi mai stati destinati a finalità estranee.

La Fusione

Per quanto riguarda la fusione è innanzi tutto importante comprendere in che cosa essa consiste. Essa non è altro che la concentrazione o l’unione di due o più società in un’unica realtà. E si osservi che essa può realizzarsi con:

  • La fusione propria. Due o più società si fondono e danno luogo a una nuova società. Le società A e B si fondono insieme, diventando una nuova società che prenderà il nome di C.
  • La fusione per incorporazione. L’intero patrimonio, sia attivo e passivo, viene trasferito da societànche chiameremo incorporate, ad una società che chiameremo incorporante e che era preesistente alla fusione. La società A si fonde incorporandosi nella società B che già preesisteva la fusione stessa.

È giusto sottolineare che nella prassi, le fusioni si realizzano per incorporazione.

Ad ogni modo, indipendentemente dalle modalità in cui la fusione è stata realizzata, dobbiamo dire che essa può essere effettuata per i motivi più svariati. Si pensi a motivi logistici, commerciali, tecnologici, amministrativi, produttivi e così via.

È adesso importante comprendere, il trattamento fiscale delle c.d. differenze di fusione. Sto parlando degli AVANZI, DISAVANZI e RIPORTO DELLE PERDITE.

Per procedere a detta comprensione è necessario cominciare a capire che dette nozioni, acquisiscono significati diversi a secondo che la fusione sia “con o senza cambio di azioni”.

Fusione senza cambio di azioni

Immaginiamo che una società incorporante possiede per intero, le azioni della società da incorporare. È chiaro che qui la fusione comporterà quanto segue. Bisogna annullare la partecipazione nella società incorporata che è stata scritta nell’attivo del bilancio; e in luogo di essa, la società incorporante deve scrivere sempre nel proprio bilancio, il patrimonio della società incorporata.

Nell’ipotesi che abbiamo appena descritto, possiamo avere un avanzo o disavanzo di fusione.

Avanzo di fusione

Abbiamo un avanzo di fusione se il patrimonio netto contabile dell’incorporata, sia superiore al valore fiscalmente riconosciuto alla partecipazione.

Immaginiamo che l’incorporata abbia nel proprio patrimonio un immobile, il cui valore contabile sia 100, mentre il valore reale dello stesso sia invece di 1.000. Immaginiamo, altresì, che le azioni dell’incorporata sono possedute dall’incorporante che le ha acquistate per 50.

Ne consegue che a seguito della fusione, l’incorporante annulla le azioni il cui valore è 50 e correlativamente iscrive il patrimonio netto dell’incorporata che nell’esempio fatto è 100, e quindi si ha un avanzo di fusione pari a 50.

Disavanzo di fusione

Sulla base dell’esempio fatto, bisogna dire che è necessario essere concreti e detta concretezza la otteniamo dicendo che di norma, ponendo in essere una fusione, si va incontro ad un Disavanzo. Questo perché i valori contabili (il patrimonio netto contabile), sono quasi sempre inferiori rispetto al valore delle quote o azioni che sono corrisposte sulla base di valori reali.

Ad ogni modo, tanto l’avanzo, quanto il disavanzo, per espressa previsione dell’articolo 172 comma 2 TUIR, non concorrono a formare il reddito della incorporante. Quindi l’avanzo non è una componente positiva di per sé tassabile, così come il disavanzo non è una componente negativa di per sé deducibile.

N.B. Anche se a dire il vero, il disavanzo da fusione un tempo era deducibile, perché rappresentava il costo della fusione. Oggi il fisco ha introdotto delle norme che prevedono il pagamento di imposte sostituite, il cui pagamento consente di utilizzare il disavanzo come posta negativa del bilancio attraverso l’ammortamento.

Fusione con cambio di azioni

Nella fusione con cambio di azioni, le nozioni di avanzo e disavanzo sono diverse da quelle finora esaminate. Vediamo di comprendere meglio.

Immaginiamo che la società incorporante, non possieda nessuna delle azioni della società da  incorporare.

In questo caso, i soci della società da incorporare entrano nella compagine sociale della incorporante, ottenendo in cambio delle azioni della società incorporata, le quali verranno annullate, delle azioni della società incorporante che a tale scopo aumenta il proprio capitale sociale.

Qui le differenze di fusione sono date dalla differenza tra, misura dell’aumento del capitale sociale dell’incorporante e valore del patrimonio netto contabile dell’incorporata.

Avanzo

Se quindi l’aumento del capitale dell’incorporante è inferiore al patrimonio netto dell’incorporata, si ha avanzo. Questo perché vuol dire che il patrimonio netto contabile dell’incorporata, viene utilizzato solo in parte per l’aumento del capitale sociale, mentre la restante parte (l’avanzo), viene utilizzata come riserva derivante dal sovraprezzo.

Ed è proprio perché detto avanzo ha natura di sovraprezzo, e quindi in ultima analisi di conferimento, che esso non è tassato come componente reddituale positiva.

Disavanzo

Se, invece, il valore dell’aumento del capitale sociale supera il patrimonio netto contabile della incorporata, si avrà il disavanzo. Questo perché l’incorporante emette un numero di azioni – da distribuire ai soci dell’incorporata – il cui valore supera quello del patrimonio netto dell’incorporata stessa.

Si osservi che la fusione con cambio di azioni, può aversi anche in caso di fusione in senso proprio. I soci della società A e B otterranno le azioni della nuova costituita C in cambio delle vecchie azioni annullate.

Sorte delle Riserve

Sempre in tema di fusione, desta particolare interesse anche il tema delle riserve. Sul punto dobbiamo dire che vi sono due categorie di riserve, quelle tassabili:

  • Per qualunque utilizzo
  • Solo in caso di distribuzione

In linea di principio possiamo dire che una volta realizzata la fusione, le riserve devono essere ricostituite nella società incorporante. Se ciò non avviene, esse diventano tassabili.

Però la ricostituzione presso la società incorporante, di riserve in sospensione d’imposta, equivale a iscrivere un debito. Quindi ne deriva o una riduzione dell’eventuale avanzo, ovvero, un incremento dell’eventuale disavanzo.

Ne consegue, che in presenza di disavanzo o in presenza di avanzo non capiente, la ricostituzione potrà avvenire solo vincolando poste disponibili del patrimonio netto, si pensi alle riserve già tassate.

Nel ipotesi, invece, di riserve tassabili solo in caso di distribuzione ai soci, non è necessario ricostituire le riserve. Esse, infatti, rientrano nel patrimonio netto dell’incorporante e non saranno più distribuibili.

La Scissione

Esso è il fenomeno inverso alla fusione e può aversi:

  • O una scissione Totale: cioè la società A nello scindersi nella società B e C, svuota interamente il suo patrimonio e sarà quindi destinata ad estinguersi.
  • Ovvero una scissione Parziale: cioè la società A che permane, viene scissa solo in parte per dare luogo alla società che chiameremo B

Dal punto di vista fiscale la scissione presenta notevoli affinità, ai problemi e alle soluzioni inerenti alla fusione.

Anche la scissione non comporta realizzo di plusvalenze o minusvalenze nei beni trasferiti dalla società scissa, a quella beneficiaria. Questo perché il trasferimento avviene senza un corrispettivo e quindi, non ci sono gli estremi per la tassabilità a carico della società scissa. Quanto sto asserendo è confermato dall’articolo 173 comma 2 TUIR, il quale stabilisce l’irrilevanza fiscale dei maggiori valori iscritti dalla società beneficiaria, a condizione però che i valori civilistici e fiscali siano annotati in un “prospetto di riconciliazione” da allegare alla dichiarazione dei redditi.

Disciplina del conguaglio 

Ne consegue che, sulla base di quanto detto,  peculiarità della scissione è il c.d. CONGUAGLIO. Per fare un esempio e capire meglio.

Immaginiamo che una società A abbia il suo patrimonio. Laddove questo patrimonio dovesse essere scisso in due, se i beni dell’attivo e del passivo attribuite alle due realtà vengono ripartite in modo uguale, la scissione è totalmente neutra. In essa non ci sarà tassazione. Si approveranno i bilanci provvisori, il piano di scissione e si realizza la medesima.

Se, invece, non si riuscisse a dividere in parti uguali, si ha l’imponibilità per il conguaglio. Esso rappresenta realizzo di plusvalenza.

Cosa normalmente accade in presenza del conguaglio

Inutile dire che nella realtà quando si realizza una scissione, si evita si far emergere il conguaglio. Per non pagare le imposte, esso viene eventualmente normalmente pagato al socio in nero tramite accordi sottobanco.

Ma è anche vero che proprio perché sottobanco, bisogna stare attenti. Sia perché non si è tutelati dalla legge e quindi la controparte, effettuata la scissione potrebbe non rispettare il patto. Sia perché l’Amministrazione finanziaria potrebbe sempre verificare la correttezza, dei valori attribuiti ai singoli beni.

Scissione proporzionale e non proporzionale

In passato la scissione poteva essere solo proporzionale. Oggi, invece, si consente anche una scissione fiscalmente non proporzionale. Quest’ultima è interessante perché un socio continua con un ramo d’azienda, l’altro socio con l’altro ramo.

Sempre in passato la scissione era più problematica, perché i rami d’azienda dovevano essere individuati, mediante una contabilità che doveva essere separata dai c.d. centri di costo.

Quest’ultimi li possiamo considerate come mini aziende di ogni plesso.

Per capire meglio, si pensi il centro di costo del negozio sito in via Umberto e il centro di costo del negozio sito in Corso Italia. Attraverso i centri di costo, noi siamo in grado di conoscere quanto guadagna l’uno e quanto l’altro.

In passato se non si realizzavano questi centri di costo, non si poteva avere scissione di un ramo di azienda, perché il fisco avrebbe trattato l’operazione come cessione di beni individuali. Oggi, invece, in tutte le cessioni d’azienda non si può prescinde da un bilancio ad hoc di quel ramo. Bilancio che viene tratto dalla contabilità generale, di cui quei componenti hanno fatto parte.

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